Associazione per uno sviluppo e(ti)co-sostenibile dell'Ovest Vicentino

visitato 5*loading* volte
CENTRALI: QUELLE CON IL "SI" E QUELLE CON IL "NI"
CENTRALE: sedici comuni ribadiscono il loro "NO"
Tutti a Venezia. I sindaci dei sedici comuni aderenti al Progetto Giada hanno appoggiato in toto la proposta dei Comitati anticentrale, cioè di recarsi a Palazzo Balbi a Venezia per ricevere il no alla centrale direttamente dalla giunta regionale.
Il forum di ieri di Arzignano ha dunque ribadito, se ce ne fosse stato bisogno, le posizioni dei comuni dell’Ovest vicentino. Stavolta però saranno i sindaci, accompagnati dai capigruppo e dai consiglieri comunali, a recarsi in Regione, proprio perché “serve un pronunciamento politico della questione”, come ha affermato Claudio Meggiolaro dei Comitati, che hanno rinunciato a manifestazioni spettacolari in vista delle prossime elezioni per non essere fraintesi o strumentalizzati.
Tutti i sindaci hanno dato la loro disponibilità attivandosi fin da ora per avviare i contatti con la giunta regionale e stabilire la data dell’incontro, che, presumibilmente, avverrà tra fine dicembre e i primi di gennaio.
L’assessore provinciale Walter Formenton, presente al forum sull’ambiente, informerà dell’iniziativa il presidente dell’amministrazione provinciale, quindi non è escluso che anche la Provincia possa partecipare all’incontro.
SIAMO DIVENTATI MATERIALE PER TESI DI LAUREA
MARTINA BERNO, di Romano di Ezzelino, è la prima studentessa, tra quelli che ci hanno contattato, a laurearsi con una tesi su di noi, dal titolo :
SOCIETA’, RISCHIO E SCIENZA: SPIRAGLI PER UNA DEMOCRAZIA MIGLIORE?
Il caso di Montecchio Maggiore
Martina si è laureata il 3 novembre 2004 in Scienze della comunicazione, con la valutazione di 110 su 110.
Di seguito una sua sintesi del lavoro, per chi è interessato abbiamo la tesi.
Probabilmente seguiranno altre tesi, se quelli a cui abbiamo dato materiali ci lavoreranno e ci faranno sapere.
-------------
Il lavoro realizzato si configura come un approfondimento di un elaborato compiuto in precedenza con il Prof. Fiengo in cui il rapporto tra scienza e società era stato solo parzialmente sfiorato.
Infatti, negli ultimi decenni si stanno evidenziando in misura crescente casi di protesta sociale differenti rispetto al passato. I tradizionali movimenti sociali che avevano le proprie fondamenta nella demarcazione capitale/lavoro sono stati prima sostituiti da movimenti paladini di cause universali come l’ambiente, la difesa dei diritti civile e la pace, e recentemente da movimenti localizzati nello spazio e nel tempo e che impiegano la protesta come principale strumento di dialogo.
I nuovi movimenti sociali assumono quattro forme: il gruppo di interesse pubblico, l’associazione del nuovo volontariato, il circolo controculturale e il comitato sul quale io mi sono concentrata.
Una spiegazione a sé merita la cosiddetta Sindrome NIMBY che deriva dall’acronimo anglosassone: Not In My Yard Back e identifica l’atteggiamento di chi rigetta la realizzazione di impianti utili ma dagli effetti pericolosi o ignoti. Essa si insinua a metà strada tra una nuova visione dell’azione sociale e gli altri due aspetti che vorrei trattare: il legame tra tecnologia e ambiente, da cui ne discende la nuova visione sociale del rischio, e il rapporto paradossale tra scienza e società.
Paradossalmente ciò che sembra accomunare i comitati è la mobilitazione su tematiche legate alla percezione del rischio e l’elevato radicamento territoriale. In Italia, in particolare, le tematiche più diffuse sembrano essere l’ambiente, la sicurezza e il degrado sociale, che si legano inequivocabilmente con le tre maggiori paure della società attuale: il rischio ambientale (incidenti, inquinamento), il rischio sociale (degrado) e il rischio dei beni e dell’incolumità personale (criminalità).
La disputa tra società civile, nella configurazione dei comitati cittadini, e il rischio, chiama in causa la scienza. Ciò significa che sempre più spesso quando la società civile scende in campo, lo fa per questioni legate all’incertezza di alcune scelte provenienti dall’alto, la cui risoluzione spinge ad interpellare attori con competenze tecnico-scientifiche.
La relazione che essa instaura con la società produce un rapporto spesso contraddittorio in cui si evidenzia un ‘gap’, un divario tra le istanze di certezza avanzate dalla società e l’incapacità degli scienziati di restituire risposte sicure. Ciò, che in apparenza può apparire come un limite della scienza, si traduce in un punto di forza e fa scaturire un secondo paradosso.
Infatti, non solo la scienza è continuamente interrogata per risolvere questioni dagli effetti poco prevedibili, ma essa acquista ulteriore fiducia, altrimenti non si spiegherebbe tutto l’interesse verso di essa.
Questa premessa mi ha spinto quindi a pormi alcuni interrogativi, cui ho tentato di dare risposta attraverso il mio lavoro:
- quali sono gli attori della protesta, quali i repertori d’azione
- l’azione dei comitati è conferma della passività delle istituzioni
- quali sono le variabili sociali che hanno prodotto una trasformazione della percezione del rischio
- qual è il peso del paradosso della scienza in situazioni limitate nello spazio-tempo
- efficacia del deficit model quale modello di spiegazione
- l’uso dei saperi esperti è causa od effetto della protesta
Per dare risposta a questi quesiti ho scelto di muovermi in due direzioni.
In un primo momento si è trattato di raccogliere una bibliografia che, pur non avendo la pretesa di essere esaustiva, consentisse di definire una cornice entro la quale individuare i principali punti di riferimento utile ad inquadrare la questione presa in esame. Mi sono pertanto concentrata sulle prospettive storiche e soprattutto sociologiche relative a movimenti sociali, rischio e scienza passando attraverso gli studi compiuti recentemente da Diani e Della Porta, Douglas, Beck e Giddens.
Vorrei in particolare soffermarmi sui due principali modelli interpretativi del rapporto tra scienza e società: il deficit model e il modello interattivo.
Il deficit model proposto da Davison, Barns e Schibeci punta l’indice contro l’ignoranza, affermando che i profani non conoscono né comprendono la scienza, pertanto la temono e ne diffidano. L’assunto del modello è che una migliore informazione conduce a una maggiore comprensione, che a sua volta porta al sostegno della scienza e all’accettazione dell’innovazione tecnologica. Alla base vi è, inoltre, la concezione di una comunicazione scientifica di tipo diffusionista in cui i media si configurano come traduttori del linguaggio scientifico e intermediari tra la scienza ed un pubblico considerato come una sorta di recipiente passivo e disinformato.
In direzione opposta si sviluppa invece il modello interattivo o democratico fatto proprio da Cloitre e Shinn in cui emerge il problema della rilevanza diretta della scienza nelle preoccupazioni quotidiane. Infatti, mentre da un lato le affermazioni degli esperti riflettono una particolare visione della realtà, dall’altro lato il profano appare come un soggetto attivo, e capace di elaborare in modo critico e in qualche caso influenzare l’operato dello scienziato.
Il secondo percorso è stato compiuto prendendo in esame un caso specifico in cui ci fosse protesta sociale su tematiche legate al rischio e interpellanza dei saperi esperti. Ho quindi analizzato il caso di Montecchio Maggiore in provincia di Vicenza in cui dalla fine del 2002 la cittadinanza locale, organizzata attraverso il Coordinamento dei Comitati anticentrale, rifiuta la realizzazione di una centrale termoelettrica proposta dalla società Euganea Energia.
La scelta di questo caso è legata a motivazioni logistiche ossia la vicinanza rispetto al luogo in cui risiedo che hanno avuto ripercussioni positive anche a livello metodologico.
Il metodo adottato è stato infatti quello della political claim analysis, un’evoluzione della precedente e più utilizzata protest event analysis ideata da Koopmans e Niedhardt.
Punto centrale del metodo è l’identificazione di claim, ossia di rivendicazioni pubbliche, sia fisiche che verbali, frutto di un’azione strategica intenzionale e di natura politica.
Le fonti di analisi sono state principalmente ‘Il Giornale di Vicenza’ che, insieme al Gazzettino il quotidiano a maggior diffusione locale, per il periodo compreso fra il novembre 2001 e maggio 2004 da cui sono stati tratti 186 claim, più una serie di fonti integrative cha vanno dalle delibere del Comune di Montecchio Maggiore e la Provincia di Vicenza, il nutrito materiale messomi a disposizione dal Coordinamento dei Comitati (volantini, manifesti, comunicati stampa…), i siti che hanno trattato la vicenda e le interviste a sette attori coinvolti direttamente nella vicenda: un sindaco, quattro esperti chiamati in causa e due esponenti del comitato.
Una volta raccolto il materiale ho proceduto quindi alla codifica dei claim attraverso un apposito foglio che prendeva in considerazione variabili di tipo redazionale (che rispondevano alle 5 W di Lippmann), gli attori e le organizzazioni coinvolte, i repertori d’azione, il raggio d’azione e il cosiddetto frame, ossia il quadro interpretativo entro il quale gli attori collocano il problema.
Per rendere lo strumento più adatto a rispondere alle esigenze di analisi, il foglio di codifica standard è stato integrato da variabili che prendessero in esame l’intervento dei saperi esperi, specificandone, forme, competenze dell’esperto, scuola di provenienza…
La successiva elaborazione dei dati mi ha quindi permesso di dare riposta agli interrogativi iniziali.
Le indicazioni emerse dall’analisi degli attori sociali coinvolti evidenziato la presenza di quattro attori principali impegnati nella protesta:
- la società proponente che fa la propria comparsa nel 2001 e, seppur in modo frammentario, si attiva secondo il tipico atteggiamento di chi vuole difendere le proprie scelte;
- il Coordinamento dei comitati anticentrale che nasce ad hoc alcuni mesi dopo l’annuncio dell’Euganea Energia. Nel rispetto dei più classici comitati cittadini, esso si rivela poco istituzionalizzato (manca tuttora di uno statuto), flessibile, concentrato su una single-issue e agisce secondo quella che Buso ha definito la “retorica della spontaneità” attraverso la quale si definisce come autonomo, apolitico, e mette in campo strategie di distinzione tra il sé i gli altri. La natura del comitato è ibrida, nel senso che al suo interno sono presenti partecipanti provenienti dal mondo politico locale, militanti di gruppi o associazioni preesistenti e cittadini comuni che si impegnano per la prima volta in questioni che hanno una ricaduta sulla sfera pubblica.
- le istituzioni locali e nazionali che, soprattutto nel periodo iniziale della vicenda, ad eccezion fatta per la Provincia di Vicenza, hanno dimostrato un senso di disorientamento. Disorientamento tra l’altro giustificato dalla posizione in cui esse si trovano: da un lato esse sono sollecitate a prendere una netta posizione, dall’altro sono consapevoli che la decisione è pagata con il consenso dei cittadini.
- gli esperti che si sono rivelati il crocevia tra i tre precedenti attori. La loro attività, lungi dall’essere paragonata a quella dei mass media, ha comunque evidenziato delle similitudini con il ruolo svolto dai mezzi di comunicazione di massa. Prendendo spunto dal modello proposto da Lipsky, è possibile adattare il caso analizzato inserendo l’uso dei saperi esperti. Se nel tradizionale modello lo scopo dell’azione della società civile è attirare l’attenzione dei media, nel caso di protesta analizzato l’azione condotta dai comitati assume lo scopo di catturare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni attraverso l’intervento dei saperi esperti. Anche in questo caso, affinché la protesta abbia buon esito è necessario che si produca un feedback positivo sottoforma di ricompense simboliche rappresentate dall’approvazione delle evidenze empiriche da parte degli attori coinvolti.
Relativamente ai repertori d’azione è interessante evidenziare l’assenza di azioni violente nel corso della protesta. Questo è segno probabilmente di una maturazione della protesta locale: l’uso della forza e della vendetta, tipico delle mobilitazioni degli Anni Settanta e Ottanta e delle mobilitazioni internazionali attuali (si pensi al movimento dei Black Block), lascia il posto a rivendicazioni razionali, mirate, supportate dalla premeditazione più che dall’istintività.
Infine, riguardo la questione della rappresentanza, la vicenda analizzata consente di avanzare una duplice interpretazione, per certi versi complementare, per certi altri contraddittoria. L’attività dei comitati cittadini ha confermato ancora una volta la frattura fra la società civile e la sfera pubblica ipotizzata da Manin, ossia l’incapacità dei partiti politici di fare da collegamento tra le istituzioni e la cittadinanza comune. Ma c’è anche qualcosa in più: l’azione dei comitati supplisce, ma solo in parte, l’inattività della sfera pubblica che è continuamente spronata ad intervenire. Ciò si traduce nel fatto che i comitati nascono per colmare un vuoto che viene riempito non con la loro semplice presenza, ma con la richiesta alla politica di riacquisire il ruolo che gli spetta: i movimenti di protesta non vogliono sostituirsi alla politica, vogliono che essa semplicemente svolga la propria funzione. Questo trova conferma nei numerosi incontri organizzati con i rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali, come gli incontri informali a Roma con i sottosegretari dei Ministeri.
E c’è di più: il caso di Montecchio Maggiore mi hanno indotto a pensare che l’azione dei comitati abbia prodotto l’effetto controverso di essere uno strumento di accesso al potere, non si spiegherebbe altrimenti perché almeno una decina dei partecipanti ai comitati hanno ottenuto largo consenso alle elezioni amministrative del 2004, ottenendo in più di qualche caso, l’incarico di sindaco o assessore del proprio comune.
A proposito dei fattori che determinano la trasformazione della percezione del rischio la variabile che più predice la differente valutazione del rischio e l’atteggiamento nei confronti della realizzazione del progetto è risultata essere la vicinanza alla fonte del rischio. Non è un caso infatti se le popolazioni che maggiormente si sono mobilitate sono quelle residenti nei pressi del sito individuato per la costruzione della centrale (Montecchio Maggiore, Arzignano, Trissino e Montorso). Altra variabile che ha influito sull’atteggiamento della popolazione è stato il grado di imposizione del rischio. Anche se appare piuttosto naturale che le persone percepiscano con maggior forza i rischi imposti dall’alto rispetto a quelli volontari (ad esempio fumo, alcool…), non è altrettanto scontato il paragone con rischi imposti ma precedenti (come la costruzione di zone industriali, autostrade). Pertanto oltre che di imposizione sarebbe più corretto parlare di imposizione e novità, nel senso che a suscitare più timore sono quegli impianti la cui costruzione è decisa dall’alto e i cui effetti sono poco prevedibili o del tutto ignoti. Il caso di Montecchio Maggiore ha messo in luce un’altra variabile che ha influenzato ed accentuato la valutazione del pericolo: la presenza di altri rischi sul territorio. Uno dei punti fermi della protesta, infatti, è stato il rifiuto motivato dalla situazione già altamente inquinata dell’Ovest Vicentino, compromessa dalla presenza di oltre quattrocento concerie. Il rischio dell’impianto proposto dall’Euganea Energia non è stato valutato quindi in modo singolare ma come rischio aggiuntivo, che si somma ai rischi già esistenti nel contesto territoriale e, conseguentemente, ritenuto maggiormente inaccettabile.
Riguardo l’evidenza del rapporto paradossale tra scienza e società in contesti localizzati, così come per la questione della rappresentanza, è possibile evidenziare sia punti di contatto rispetto alla bibliografia presa in considerazione, sia elementi di innovazione. Il caso di Montecchio Maggiore ha messo in luce la dipendenza degli attori rispetto agli scienziati: istituzioni, la società proponente, i comitati e le altre organizzazioni della società civile si sono prodigate per ottenere dagli esperti dati che potessero rendere la valutazione meno incerta. La richiesta degli attori verso gli esperti, però, non si è limitata a questo, in alcuni casi è stata messa in dubbio la buona fede degli scienziati interpellati: è il caso, ad esempio, della relazione Enea a lungo contestata dalle controparti perché giudicata ‘di parte’ in quanto commissionata e pagata dall’Euganea Energia. Questo mi ha spinto a ritenere che il rapporto controverso non si risolva semplicemente nel divario tra le aspettative degli attori e le capacità di dare risposte certe da parte degli esperti. Pare che nei conflitti ambientali si stia spostando l’oggetto della contesa: punto chiave della rivendicazione non è tanto opporsi alla realizzazione di un impianto ma riuscire a reperire esperti e dati tecnici più autorevoli rispetto alla controparte e che giustifichino la posizione presa.
L’analisi condotta mi ha inoltre dato motivo di ritenere che il deficit model non si adegui ad interpretare il complicato rapporto tra scienza e società. Infatti la vicenda di Montecchio Maggiore ha messo in evidenza che il pubblico non è tutto ignorante e, se è poco competente, cerca di colmare le lacune attraverso una varietà di fonti. Inoltre, in contro tendenza rispetto a quanto afferma il deficit model, gli scienziati ottengono credito da ampi strati di popolazione con scarse conoscenze scientifiche.
Come mostra la figura l’attività degli esperti si inserisce nella vicenda a partire dal 2003. Tra il 2003 e il 2004 si notano invece quattro picchi, due di minore intensità a marzo 2003 e a febbraio 2004, e due più evidenti a maggio e a novembre 2003, quest’ultimo anticipato da una fase di buona attività da parte degli esperti. Mettendo a confronto l’andamento dell’intervento dei tecnici con l’andamento della protesta si possono fare alcune valutazioni, circa le influenze reciproche. L’uso dei saperi esperti pare essere più incisivo rispettivamente nella fasi preparatorie e immediatamente successive il culmine della protesta del settembre 2003, come se il supporto dei tecnici servisse come propulsore per l’azione nella fase antecedente e come giustificatore nella fase posteriore. Al contrario, nei periodi clou della protesta l’intervento diretto dei tecnici anche se presente è più contenuto: la ragione di ciò potrebbe essere fatta risalire al fatto che, dopo aver raccolto gli elementi scientifici cha danno forza alle singole posizioni, gli attori si concentrano sull’azione e indirizzano le proprie energie verso la protesta intesa nel senso più tradizionale (manifestazioni, marce, assemblee..).
La sensazione che ho avuto esaminando questo caso è stata quella di essere di fronte ad un esempio di democrazia monca e che molti altri passi potrebbero essere compiuti per realizzare un proficuo dialogo tra le parti. Prendendo spunto dal modello dialogico proposto per risolvere la dialettica tra scienza e società, è possibile estendere questa procedura attraverso un approccio basato sul consenso delle parti e una cultura della partecipazione e che in molti definiscono come democrazia deliberativa. Perché ciò sia possibile è indispensabile creare un clima di fiducia reciproca tra l’impresa titolare del progetto, gli esperti e il territorio inteso nel senso di comunità. Parallelamente diventa fondamentale il ruolo della comunicazione intesa come interazione fra i soggetti, al fine di allentare le tensioni sociali sul territorio e che ha lo scopo di creare un dialogo con i differenti stakeholder (i portatori di interessi) fin dalla fase di progettazione, mettendo in luce i reali impatti ambientali, le azioni che si intendono affrontare per minimizzarne le conseguenze, e le ricadute socio-territoriali a medio e lungo termine derivanti dalla realizzazione delle opere. Creare interazione fra le parti significa anche trasformare l’intervento reattivo, cui si è assistito anche nel caso analizzato, in un’azione propositiva e consapevole.
A quasi tre anni dall’inizio della vicenda risulta improbabile avviare una procedura che vada in questo senso, né tanto più facile è stabilire se essa avrebbe portato a risultati diversi e più soddisfacenti. Resta il fatto che l’attuale e prolungata fase di stasi lascia intendere che se una soluzione sarà raggiunta, essa produrrà sconfitti e vincenti.
QUALCOSA è CAMBIATO
Eh sì, era giunto il momento di dare un nuovo look al nostro blog, e dopo mille tentennamenti… eccolo qua.
Novità: non mettiamo più foto (tranne l'immagine della nostra bandiera) questo per rendere più veloce il caricamento delle pagine e abbiamo suddiviso in CATEGORIE i vari post:
COMUNICATI Tutti i nostri documenti che vengono spediti regolarmente a tutti gli organi d'informazione e alla popolazione tramite volantini
DOCUMENTI Per chi vuole approfondire gli argomenti.
NEWS Tutte le notizie inerenti la nostra vicenda.
SERVIZIO Comunicazioni interne e varie, tipo questo post.
Se avete suggerimenti, critiche o altro usate pure i commenti che si trovano a "piè di post".
GRAZIE
NIENTE DI NUOVO DAL FRONTE
L’incontro di mercoledì scorso a Venezia tra i sindaci dell’Ovest vicentino, i rappresentanti del Comitato anticentrale e il presidente della Commissione V.I.A. regionale, Roberto Casarin, ha dato indicazioni precise e delineate sul futuro della centrale a Montecchio Maggiore.
La commissione per la valutazione ambientale sta esaminando i quattro progetti regionali di Cona, Loreo, Ronco all’Adige e appunto Montecchio.
In teoria potrebbero essere approvate tutti come nessuno. Non esiste infatti un piano energetico regionale che stabilisca la necessità reale di un impianto termoelettrico. Al contempo si sta cercando di capire se e come verrà utilizzata la centrale di Porto Tolle, che potrebbe da sola coprire l’intero fabbisogno energetico del Veneto.
Casarin ha inoltre affermato che una opportuna delibera del governatore Galan sarebbe vincolante ai fini delle decisioni ministeriali sui quattro progetti in esame.
E ancora, il V.I.A. potrebbe essere costretto a stilare una specie di graduatoria dei quattro impianti da inviare a Roma, ma non esistono i presupposti per capire se, nel nostro caso, l’impianto di Montecchio si troverebbe in prima fila.
“È stato confermato quanto temevamo – ha commentato il sindaco di Montecchio, Maurizio Scalabrin – e cioè che il parere della Regione è vincolante per il Ministero delle Attività Produttive. A questo punto serve il no ufficiale della giunta Galan”.
Il cerchio, insomma, sta per stringersi...