Associazione No alla Centrale

Associazione per uno sviluppo e(ti)co-sostenibile dell'Ovest Vicentino

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La nostra bandiera

Contanime

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venerdì, marzo 25, 2005

Questa è il testo integrale della lettera che abbiamo inviato ai candidati per le regionali del 2005 per il Veneto

Egregio candidato,

l'Associazione "No alla Centrale" desidera conoscere la sua opinione in merito

alla possibile costruzione della centrale termoelettrica di Montecchio Maggiore

e al progetto di un inceneritore per i fanghi delle concerie.

Le chiediamo di rispondere cortesemente in due righe (10/12 parole) per avere

la possibilità di inserire integralmente la sua risposta (o il suo silenzio)

nel prossimo volantino che distribuiremo in tutto l'Ovest Vicentino.

RingraziandoLa per la collaborazione la salutiamo.

Postato da: AssociazioneNoAllaCentrale a 16:29 | link | commenti (1) |
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mercoledì, novembre 10, 2004

SIAMO DIVENTATI MATERIALE PER TESI DI LAUREA

MARTINA BERNO, di Romano di Ezzelino, è la prima studentessa, tra quelli che ci hanno contattato, a laurearsi con una tesi su di noi, dal titolo :

SOCIETA’, RISCHIO E SCIENZA: SPIRAGLI PER UNA DEMOCRAZIA MIGLIORE?

Il caso di Montecchio Maggiore

Martina si è laureata il 3 novembre 2004 in Scienze della comunicazione, con la valutazione di 110 su 110.

Di seguito una sua sintesi del lavoro, per chi è interessato abbiamo la tesi.

Probabilmente seguiranno altre tesi, se quelli a cui abbiamo dato materiali ci lavoreranno e ci faranno sapere.

-------------

Il lavoro realizzato si configura come un approfondimento di un elaborato compiuto in precedenza con il Prof. Fiengo in cui il rapporto tra scienza e società era stato solo parzialmente sfiorato.

Infatti, negli ultimi decenni si stanno evidenziando in misura crescente casi di protesta sociale differenti rispetto al passato. I tradizionali movimenti sociali che avevano le proprie fondamenta nella demarcazione capitale/lavoro sono stati prima sostituiti da movimenti paladini di cause universali come l’ambiente, la difesa dei diritti civile e la pace, e recentemente da movimenti localizzati nello spazio e nel tempo e che impiegano la protesta come principale strumento di dialogo.

I nuovi movimenti sociali assumono quattro forme: il gruppo di interesse pubblico, l’associazione del nuovo volontariato, il circolo controculturale e il comitato sul quale io mi sono concentrata.

Una spiegazione a sé merita la cosiddetta Sindrome NIMBY che deriva dall’acronimo anglosassone: Not In My Yard Back e identifica l’atteggiamento di chi rigetta la realizzazione di impianti utili ma dagli effetti pericolosi o ignoti. Essa si insinua a metà strada tra una nuova visione dell’azione sociale e gli altri due aspetti che vorrei trattare: il legame tra tecnologia e ambiente, da cui ne discende la nuova visione sociale del rischio, e il rapporto paradossale tra scienza e società.

Paradossalmente ciò che sembra accomunare i comitati è la mobilitazione su tematiche legate alla percezione del rischio e l’elevato radicamento territoriale. In Italia, in particolare, le tematiche più diffuse sembrano essere l’ambiente, la sicurezza e il degrado sociale, che si legano inequivocabilmente con le tre maggiori paure della società attuale: il rischio ambientale (incidenti, inquinamento), il rischio sociale (degrado) e il rischio dei beni e dell’incolumità personale (criminalità).

La disputa tra società civile, nella configurazione dei comitati cittadini, e il rischio, chiama in causa la scienza. Ciò significa che sempre più spesso quando la società civile scende in campo, lo fa per questioni legate all’incertezza di alcune scelte provenienti dall’alto, la cui risoluzione spinge ad interpellare attori con competenze tecnico-scientifiche.

La relazione che essa instaura con la società produce un rapporto spesso contraddittorio in cui si evidenzia un ‘gap’, un divario tra le istanze di certezza avanzate dalla società e l’incapacità degli scienziati di restituire risposte sicure. Ciò, che in apparenza può apparire come un limite della scienza, si traduce in un punto di forza e fa scaturire un secondo paradosso.

Infatti, non solo la scienza è continuamente interrogata per risolvere questioni dagli effetti poco prevedibili, ma essa acquista ulteriore fiducia, altrimenti non si spiegherebbe tutto l’interesse verso di essa.

Questa premessa mi ha spinto quindi a pormi alcuni interrogativi, cui ho tentato di dare risposta attraverso il mio lavoro:

- quali sono gli attori della protesta, quali i repertori d’azione

- l’azione dei comitati è conferma della passività delle istituzioni

- quali sono le variabili sociali che hanno prodotto una trasformazione della percezione del rischio

- qual è il peso del paradosso della scienza in situazioni limitate nello spazio-tempo

- efficacia del deficit model quale modello di spiegazione

- l’uso dei saperi esperti è causa od effetto della protesta

Per dare risposta a questi quesiti ho scelto di muovermi in due direzioni.

In un primo momento si è trattato di raccogliere una bibliografia che, pur non avendo la pretesa di essere esaustiva, consentisse di definire una cornice entro la quale individuare i principali punti di riferimento utile ad inquadrare la questione presa in esame. Mi sono pertanto concentrata sulle prospettive storiche e soprattutto sociologiche relative a movimenti sociali, rischio e scienza passando attraverso gli studi compiuti recentemente da Diani e Della Porta, Douglas, Beck e Giddens.

Vorrei in particolare soffermarmi sui due principali modelli interpretativi del rapporto tra scienza e società: il deficit model e il modello interattivo.

Il deficit model proposto da Davison, Barns e Schibeci punta l’indice contro l’ignoranza, affermando che i profani non conoscono né comprendono la scienza, pertanto la temono e ne diffidano. L’assunto del modello è che una migliore informazione conduce a una maggiore comprensione, che a sua volta porta al sostegno della scienza e all’accettazione dell’innovazione tecnologica. Alla base vi è, inoltre, la concezione di una comunicazione scientifica di tipo diffusionista in cui i media si configurano come traduttori del linguaggio scientifico e intermediari tra la scienza ed un pubblico considerato come una sorta di recipiente passivo e disinformato.

In direzione opposta si sviluppa invece il modello interattivo o democratico fatto proprio da Cloitre e Shinn in cui emerge il problema della rilevanza diretta della scienza nelle preoccupazioni quotidiane. Infatti, mentre da un lato le affermazioni degli esperti riflettono una particolare visione della realtà, dall’altro lato il profano appare come un soggetto attivo, e capace di elaborare in modo critico e in qualche caso influenzare l’operato dello scienziato.

Il secondo percorso è stato compiuto prendendo in esame un caso specifico in cui ci fosse protesta sociale su tematiche legate al rischio e interpellanza dei saperi esperti. Ho quindi analizzato il caso di Montecchio Maggiore in provincia di Vicenza in cui dalla fine del 2002 la cittadinanza locale, organizzata attraverso il Coordinamento dei Comitati anticentrale, rifiuta la realizzazione di una centrale termoelettrica proposta dalla società Euganea Energia.

La scelta di questo caso è legata a motivazioni logistiche ossia la vicinanza rispetto al luogo in cui risiedo che hanno avuto ripercussioni positive anche a livello metodologico.

Il metodo adottato è stato infatti quello della political claim analysis, un’evoluzione della precedente e più utilizzata protest event analysis ideata da Koopmans e Niedhardt.

Punto centrale del metodo è l’identificazione di claim, ossia di rivendicazioni pubbliche, sia fisiche che verbali, frutto di un’azione strategica intenzionale e di natura politica.

Le fonti di analisi sono state principalmente ‘Il Giornale di Vicenza’ che, insieme al Gazzettino il quotidiano a maggior diffusione locale, per il periodo compreso fra il novembre 2001 e maggio 2004 da cui sono stati tratti 186 claim, più una serie di fonti integrative cha vanno dalle delibere del Comune di Montecchio Maggiore e la Provincia di Vicenza, il nutrito materiale messomi a disposizione dal Coordinamento dei Comitati (volantini, manifesti, comunicati stampa…), i siti che hanno trattato la vicenda e le interviste a sette attori coinvolti direttamente nella vicenda: un sindaco, quattro esperti chiamati in causa e due esponenti del comitato.

Una volta raccolto il materiale ho proceduto quindi alla codifica dei claim attraverso un apposito foglio che prendeva in considerazione variabili di tipo redazionale (che rispondevano alle 5 W di Lippmann), gli attori e le organizzazioni coinvolte, i repertori d’azione, il raggio d’azione e il cosiddetto frame, ossia il quadro interpretativo entro il quale gli attori collocano il problema.

Per rendere lo strumento più adatto a rispondere alle esigenze di analisi, il foglio di codifica standard è stato integrato da variabili che prendessero in esame l’intervento dei saperi esperi, specificandone, forme, competenze dell’esperto, scuola di provenienza…

La successiva elaborazione dei dati mi ha quindi permesso di dare riposta agli interrogativi iniziali.

Le indicazioni emerse dall’analisi degli attori sociali coinvolti evidenziato la presenza di quattro attori principali impegnati nella protesta:

- la società proponente che fa la propria comparsa nel 2001 e, seppur in modo frammentario, si attiva secondo il tipico atteggiamento di chi vuole difendere le proprie scelte;

- il Coordinamento dei comitati anticentrale che nasce ad hoc alcuni mesi dopo l’annuncio dell’Euganea Energia. Nel rispetto dei più classici comitati cittadini, esso si rivela poco istituzionalizzato (manca tuttora di uno statuto), flessibile, concentrato su una single-issue e agisce secondo quella che Buso ha definito la “retorica della spontaneità” attraverso la quale si definisce come autonomo, apolitico, e mette in campo strategie di distinzione tra il sé i gli altri. La natura del comitato è ibrida, nel senso che al suo interno sono presenti partecipanti provenienti dal mondo politico locale, militanti di gruppi o associazioni preesistenti e cittadini comuni che si impegnano per la prima volta in questioni che hanno una ricaduta sulla sfera pubblica.

- le istituzioni locali e nazionali che, soprattutto nel periodo iniziale della vicenda, ad eccezion fatta per la Provincia di Vicenza, hanno dimostrato un senso di disorientamento. Disorientamento tra l’altro giustificato dalla posizione in cui esse si trovano: da un lato esse sono sollecitate a prendere una netta posizione, dall’altro sono consapevoli che la decisione è pagata con il consenso dei cittadini.

- gli esperti che si sono rivelati il crocevia tra i tre precedenti attori. La loro attività, lungi dall’essere paragonata a quella dei mass media, ha comunque evidenziato delle similitudini con il ruolo svolto dai mezzi di comunicazione di massa. Prendendo spunto dal modello proposto da Lipsky, è possibile adattare il caso analizzato inserendo l’uso dei saperi esperti. Se nel tradizionale modello lo scopo dell’azione della società civile è attirare l’attenzione dei media, nel caso di protesta analizzato l’azione condotta dai comitati assume lo scopo di catturare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni attraverso l’intervento dei saperi esperti. Anche in questo caso, affinché la protesta abbia buon esito è necessario che si produca un feedback positivo sottoforma di ricompense simboliche rappresentate dall’approvazione delle evidenze empiriche da parte degli attori coinvolti.

Relativamente ai repertori d’azione è interessante evidenziare l’assenza di azioni violente nel corso della protesta. Questo è segno probabilmente di una maturazione della protesta locale: l’uso della forza e della vendetta, tipico delle mobilitazioni degli Anni Settanta e Ottanta e delle mobilitazioni internazionali attuali (si pensi al movimento dei Black Block), lascia il posto a rivendicazioni razionali, mirate, supportate dalla premeditazione più che dall’istintività.

Infine, riguardo la questione della rappresentanza, la vicenda analizzata consente di avanzare una duplice interpretazione, per certi versi complementare, per certi altri contraddittoria. L’attività dei comitati cittadini ha confermato ancora una volta la frattura fra la società civile e la sfera pubblica ipotizzata da Manin, ossia l’incapacità dei partiti politici di fare da collegamento tra le istituzioni e la cittadinanza comune. Ma c’è anche qualcosa in più: l’azione dei comitati supplisce, ma solo in parte, l’inattività della sfera pubblica che è continuamente spronata ad intervenire. Ciò si traduce nel fatto che i comitati nascono per colmare un vuoto che viene riempito non con la loro semplice presenza, ma con la richiesta alla politica di riacquisire il ruolo che gli spetta: i movimenti di protesta non vogliono sostituirsi alla politica, vogliono che essa semplicemente svolga la propria funzione. Questo trova conferma nei numerosi incontri organizzati con i rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali, come gli incontri informali a Roma con i sottosegretari dei Ministeri.

E c’è di più: il caso di Montecchio Maggiore mi hanno indotto a pensare che l’azione dei comitati abbia prodotto l’effetto controverso di essere uno strumento di accesso al potere, non si spiegherebbe altrimenti perché almeno una decina dei partecipanti ai comitati hanno ottenuto largo consenso alle elezioni amministrative del 2004, ottenendo in più di qualche caso, l’incarico di sindaco o assessore del proprio comune.

A proposito dei fattori che determinano la trasformazione della percezione del rischio la variabile che più predice la differente valutazione del rischio e l’atteggiamento nei confronti della realizzazione del progetto è risultata essere la vicinanza alla fonte del rischio. Non è un caso infatti se le popolazioni che maggiormente si sono mobilitate sono quelle residenti nei pressi del sito individuato per la costruzione della centrale (Montecchio Maggiore, Arzignano, Trissino e Montorso). Altra variabile che ha influito sull’atteggiamento della popolazione è stato il grado di imposizione del rischio. Anche se appare piuttosto naturale che le persone percepiscano con maggior forza i rischi imposti dall’alto rispetto a quelli volontari (ad esempio fumo, alcool…), non è altrettanto scontato il paragone con rischi imposti ma precedenti (come la costruzione di zone industriali, autostrade). Pertanto oltre che di imposizione sarebbe più corretto parlare di imposizione e novità, nel senso che a suscitare più timore sono quegli impianti la cui costruzione è decisa dall’alto e i cui effetti sono poco prevedibili o del tutto ignoti. Il caso di Montecchio Maggiore ha messo in luce un’altra variabile che ha influenzato ed accentuato la valutazione del pericolo: la presenza di altri rischi sul territorio. Uno dei punti fermi della protesta, infatti, è stato il rifiuto motivato dalla situazione già altamente inquinata dell’Ovest Vicentino, compromessa dalla presenza di oltre quattrocento concerie. Il rischio dell’impianto proposto dall’Euganea Energia non è stato valutato quindi in modo singolare ma come rischio aggiuntivo, che si somma ai rischi già esistenti nel contesto territoriale e, conseguentemente, ritenuto maggiormente inaccettabile.

Riguardo l’evidenza del rapporto paradossale tra scienza e società in contesti localizzati, così come per la questione della rappresentanza, è possibile evidenziare sia punti di contatto rispetto alla bibliografia presa in considerazione, sia elementi di innovazione. Il caso di Montecchio Maggiore ha messo in luce la dipendenza degli attori rispetto agli scienziati: istituzioni, la società proponente, i comitati e le altre organizzazioni della società civile si sono prodigate per ottenere dagli esperti dati che potessero rendere la valutazione meno incerta. La richiesta degli attori verso gli esperti, però, non si è limitata a questo, in alcuni casi è stata messa in dubbio la buona fede degli scienziati interpellati: è il caso, ad esempio, della relazione Enea a lungo contestata dalle controparti perché giudicata ‘di parte’ in quanto commissionata e pagata dall’Euganea Energia. Questo mi ha spinto a ritenere che il rapporto controverso non si risolva semplicemente nel divario tra le aspettative degli attori e le capacità di dare risposte certe da parte degli esperti. Pare che nei conflitti ambientali si stia spostando l’oggetto della contesa: punto chiave della rivendicazione non è tanto opporsi alla realizzazione di un impianto ma riuscire a reperire esperti e dati tecnici più autorevoli rispetto alla controparte e che giustifichino la posizione presa.

L’analisi condotta mi ha inoltre dato motivo di ritenere che il deficit model non si adegui ad interpretare il complicato rapporto tra scienza e società. Infatti la vicenda di Montecchio Maggiore ha messo in evidenza che il pubblico non è tutto ignorante e, se è poco competente, cerca di colmare le lacune attraverso una varietà di fonti. Inoltre, in contro tendenza rispetto a quanto afferma il deficit model, gli scienziati ottengono credito da ampi strati di popolazione con scarse conoscenze scientifiche.

Come mostra la figura l’attività degli esperti si inserisce nella vicenda a partire dal 2003. Tra il 2003 e il 2004 si notano invece quattro picchi, due di minore intensità a marzo 2003 e a febbraio 2004, e due più evidenti a maggio e a novembre 2003, quest’ultimo anticipato da una fase di buona attività da parte degli esperti. Mettendo a confronto l’andamento dell’intervento dei tecnici con l’andamento della protesta si possono fare alcune valutazioni, circa le influenze reciproche. L’uso dei saperi esperti pare essere più incisivo rispettivamente nella fasi preparatorie e immediatamente successive il culmine della protesta del settembre 2003, come se il supporto dei tecnici servisse come propulsore per l’azione nella fase antecedente e come giustificatore nella fase posteriore. Al contrario, nei periodi clou della protesta l’intervento diretto dei tecnici anche se presente è più contenuto: la ragione di ciò potrebbe essere fatta risalire al fatto che, dopo aver raccolto gli elementi scientifici cha danno forza alle singole posizioni, gli attori si concentrano sull’azione e indirizzano le proprie energie verso la protesta intesa nel senso più tradizionale (manifestazioni, marce, assemblee..).

La sensazione che ho avuto esaminando questo caso è stata quella di essere di fronte ad un esempio di democrazia monca e che molti altri passi potrebbero essere compiuti per realizzare un proficuo dialogo tra le parti. Prendendo spunto dal modello dialogico proposto per risolvere la dialettica tra scienza e società, è possibile estendere questa procedura attraverso un approccio basato sul consenso delle parti e una cultura della partecipazione e che in molti definiscono come democrazia deliberativa. Perché ciò sia possibile è indispensabile creare un clima di fiducia reciproca tra l’impresa titolare del progetto, gli esperti e il territorio inteso nel senso di comunità. Parallelamente diventa fondamentale il ruolo della comunicazione intesa come interazione fra i soggetti, al fine di allentare le tensioni sociali sul territorio e che ha lo scopo di creare un dialogo con i differenti stakeholder (i portatori di interessi) fin dalla fase di progettazione, mettendo in luce i reali impatti ambientali, le azioni che si intendono affrontare per minimizzarne le conseguenze, e le ricadute socio-territoriali a medio e lungo termine derivanti dalla realizzazione delle opere. Creare interazione fra le parti significa anche trasformare l’intervento reattivo, cui si è assistito anche nel caso analizzato, in un’azione propositiva e consapevole.

A quasi tre anni dall’inizio della vicenda risulta improbabile avviare una procedura che vada in questo senso, né tanto più facile è stabilire se essa avrebbe portato a risultati diversi e più soddisfacenti. Resta il fatto che l’attuale e prolungata fase di stasi lascia intendere che se una soluzione sarà raggiunta, essa produrrà sconfitti e vincenti.

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lunedì, settembre 13, 2004

Senti senti…

TURBOGAS-INQUIETANTI LE CERTEZZE DEL MANAGER

di Mario Fornasari

Spaventa il meccanismo descritto dall'inchiesta sulle tangenti Enipower, che rivela punti di vista inattesi e squarcia orizzonti sorprendenti anche nella discussione sulle centrali a turbogas.

Grazie a dichiarazioni, verbali, documenti sequestrati scopriamo che nel 2001 c'era chi faceva i conti su come spartirsi la "torta" di Ferrara: la costruzione della turbogas alle porte della città, la nuova centrale di Brindisi e qualche altro impianto minore avrebbe portato ad un giro d'affari di 10 mila milardi di lire e, nelle tasche di qualcuno, mazzette all'incirca per mille miliardi.

Dubbi sulla realizzazione della centrale ferrarese? Nessuno, con buona pace delle comunità che si affannano a discutere. E così mentre in città si cercava di stanare gli amministratori locali su un problema tanto spinoso, cioè costruire una centrale di quelle dimensioni a poche centinaia di metri dal duomo, e ci si azzuffava nelle spiegazioni del perché nessuno avesse mai rivelato una presenza significativa di polveri sottili nelle emissioni delle turbogas - denunciata dallo studio del ricercatore Cnr Nicola Armaroli e del medico Claudio Po - la discussione e le possibili scelte della comunità venivano tranquillamente messe da parte nelle strategie poliennali su centrali e appalti.

"Ho rammentato che quando partivano i lavori di Ferrara (previsti per maggio) si sarebbero pagate tangenti relative a lavori pregressi" scrive candido candido il project manager Enipower Lorenzino Marzocchi (licenziato sabato) in un fax sequestrato poi dalla Finanza e inserito nell'ordinanza con cui il giudice ha disposto l'arresto di due consulenti.

Adesso un dubbio sembra diventare giustificato e legittimo: cos'è davvero strategico nella scelta di costruire un impianto così imponente (800 megawatt) alle porte della città? La funzionalità, la convenienza, la salubrità, l'interesse della città o il piegarsi anche inconsapevole alla logica degli affari così come viene descritta nelle indagini milanesi?

Le ipotesi alternative al turbogas sono state vagliate oppure tutto quanto era già deciso come annunciavano da tempo i protagonisti del nuovo grande business del terzo millennio? Qual è il rapporto tra Enipower e qualcuno dei consulenti attraverso i quali si è tentato (senza successo) di smantellare le tesi di Armaroli e Po?

Una ultima perplessità - del tutto scollegata dall'inchiesta giudiziaria sui turbogas - nasce dalla osservazione di commento dell'assessore Alessandro Bratti: "Anche qualora la Procura dovesse decidere le misure più severe - ha dichiarato sabato al nostro giornale - anche se la centrale a turbogas non si dovesse più fare la società dovrà procedere alla bonifica, perché i terreni sono suoi". Ma non era quello che avevano chiesto nei mesi scorsi i comitati, a cui l'amministrazione aveva risposto che l'Eni mai avrebbe effettuato la bonifica senza avere in cambio la costruzione del turbogas? Quale nuovo potere di "interdizione" abbiamo oggi che non avessimo anche ieri?

Da Il Resto del Carlino, Edizione di Ferrara, del 10 Agosto 2004

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martedì, luglio 06, 2004

SENTI SENTI…

Il consiglio dell'ordine dei medici chiede il blocco permanente della costruzione delle centrali termoelettriche perché ATTENTANO ALLA SALUTE DEI CITTADINI

Il Consiglio dell’Ordine dei Medici della Provincia di Campobasso, avendo esaminato le problematiche inerenti la ricaduta sull’ambiente e sulla salute della popolazione conseguenti alla realizzazione e al funzionamento delle Centrali Termoelettriche a Turbogas a ciclo combinato,

VERIFICATE le fonti scientifiche alcune delle quali mettono in evidenza la quantità e la pericolosità degli agenti inquinanti e in particolare delle polveri emesse nell’ambiente limitrofo e a distanza (Polveri Totali Sospese-PTS, Particolato sottile con diametro inferiore a 10 micron-PM 10 e con diametro inferiore a 2,5 micron-PM 2,5),

CONSTATATA l’assenza di misurazioni e quindi di controllo ambientale per tali ultimi agenti inquinanti, pur riconoscendo la necessità di sistemi di produzione dell’energia necessari e indispensabili alla società civile; richiamando i principi sanciti da leggi e decreti, basilari per la salute pubblica, della “precauzione”, della utilizzazione della migliore tecnologia disponibile in materia, della attuazione di appropriate misure di prevenzione dell’inquinamento, della preservazione della migliore qualità dell’ambiente, della garanzia della qualità delle misurazioni degli inquinanti, dell’informazione dei cittadini,

INVITA gli Organi Competenti Istituzionali e le Forze Politiche • a impegnarsi per il blocco permanente della costruzione delle suddette centrali fino a quando non saranno realmente assicurate le massime misure di sicurezza riguardanti le emissioni e i siti di costruzione e non siano valutate le conseguenze dirette e indirette sulla salute dei cittadini; • a stilare un organico piano energetico regionale in cui si privilegi lo sfruttamento delle risorse energetiche rinnovabili, indirizzo auspicabile e ragionevole dato il tipo e la quantità del deficit energetico regionale e le caratteristiche orografiche del Molise.

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mercoledì, giugno 09, 2004

INTERVENTO DEI COMITATI AI CONFRONTI FRA CANDIDATI SINDACI

Prima dell’inizio del confronto tra candidati sindaci, ho il compito di fare una breve introduzione aggiornandovi sulla situazione Centrale Termoelettrica; parlo io [portavoce dei comitati] a nome del Coordinamento in quanto, tutti assieme, abbiamo ritenuto opportuno e quindi scelto, per correttezza, di non far intervenire direttamente e in pubblico quei componenti del coordinamento dei comitati che siano anche candidati in queste elezioni.

A nome del Coordinamento dei comitati in primo luogo desideriamo ringraziare il Corriere Vicentino che ha lanciato l’idea dell’iniziativa e ci ha voluto come partner organizzativo di questo incontro.

Un secondo, doveroso grazie, che vi prego di accompagnare con un convinto e generale applauso, ai candidati sindaci qui presenti che, nonostante lo stress e gli impegni della propria campagna elettorale, hanno accettato e trovato le forze ed il coraggio per confrontarsi tra loro sotto gli occhi di tutti i presenti.

Presenti ai quali va il terzo grazie per la partecipazione così numerosa, di certo attenta e raccomandiamo nei binari della correttezza e del rispetto delle opinioni e delle posizioni di tutti.

Come Comitati questa sera avremmo tanto voluto poter annunciare la chiusura definitiva della questione centrale, ma purtroppo, come forse già saprete, la soluzione è ancora distante e non certo per nostra volontà.

Il VIA regionale, l’organismo tecnico a cui compete la prima importante decisione sul progetto, ha chiesto integrazioni di progetto alla società proponente l’impianto di Montecchio: questo significa che i tempi si allungano di molto, contrariamente ai tempi brevi preannunciati un mese fa ad Arzignano, durante una assemblea pubblica, dall’ing. Morandi del Via regionale su indicazione dell’Assessore Chisso.

Come Comitati Anticentrali consideriamo scandalosa la proroga all'Euganea; significa concedere di continuo alla società di porre rimedio alle evidenti manchevolezze e lacune progettuali che dovrebbero essere il motivo per bocciare il progetto ed il tutto ci appare come l'ennesimo favore fatto ad Euganea Energia.

Ancora una volta quindi ribadiamo alla popolazione dell’Ovest vicentino che la vicenda Centrale termoelettrica è ben lontana dall’essersi conclusa e che non possiamo, non dobbiamo abbassare la guardia.

D’altra parte le notizie di ieri e di stamattina sui quotidiani tolgono gli ultimi dubbi sul fatto che la questione centrale sia davvero risolta: l’Euganea continua imperterrita ad aggiungere pezze al suo impianto e spera nelle decisioni di Roma per costringere le istituzioni locali ad accettare a forza quello che nessuno vuole.

Hanno fatto male i loro conti: chi pensa che i comitati e la gente dell’Ovest vicentino alla lunga si stanchino, sappia che noi non molleremo mai, non molleremo finchè non sarà scritta su atti ufficiali la parola fine a questa vicenda: a costo di scatenare una rivolta.

E già da ora avvertiamo le forze politiche: il prossimo anno ci saranno le regionali, e poi ancora le politiche nazionali: se qualcuno vuole un bagno di sangue elettorale, basta che si continui a dar retta e a dare spago ad Euganea Energia, soprattutto a Roma.

Se questo progetto trova sponde a Roma, sappiate tutti fin da ora che nell’Ovest vicentino non esisteranno più collegi sicuri né per andare in Parlamento né per andare in Consiglio Regionale e i cittadini assieme ai comitati presenteranno il conto a chi per tutti questi mesi ha la responsabilità di averci tenuto questa spada di Damocle sulla testa, in particolare a chi non avrà mantenuto gli impegni che ha preso con l’ovest vicentino su questa questione.

Proprio perché la vicenda è ben lontana dalla conclusione e per l’importante ruolo di responsabilità politica che riconosciamo ai candidati sindaci ed ai cittadini che presenti nelle liste che li sostengono, siamo ben felici di contribuire nell’organizzazione di questi incontri pubblici, che sono una ulteriore occasione, come è stato per le nostre assemblee e manifestazioni, di partecipazione democratica ed attiva dei cittadini.

Siamo contenti di contribuire anche perché come Comitati siamo da sempre consapevoli che i temi del confronto politico amministrativo non possono essere circoscritti e limitati alla vicenda centrale, ma che debbano essere oggetto dell’attenzione degli elettori i temi più generali dello sviluppo, del lavoro, della sanità, del sociale, dell’urbanistica, dell’ambiente, della cultura e via dicendo, in quanto tutti questi aspetti nel loro intrecciarsi determinano in definitiva la qualità del nostro vivere e la vivibilità di un paese o di una città.

Il nostro sogno, come quello pensiamo di migliaia di cittadini dell’ovest vicentino, è che che la progettualità politica di chiunque ci governerà nel futuro, indipendentemente dai colori politici e dalle contrapposizioni tra schieramenti, sappia far suo il grande concetto dello sviluppo sostenibile, in un contesto in cui crescita economica e rispetto dell’ambiente che ci circonda siano le due facce di una stessa medaglia.

Come Comitati, anche dopo le elezioni, anche dopo (speriamo) la conclusione della vicenda centrale, vogliamo continuare ad essere attivi, con il compito preciso di informare, coinvolgere, stimolare i cittadini, collaborando con essi e con le amministrazioni locali, le istituzioni provinciali, regionali e nazionali allo scopo di trasformare gli slogan e le promesse sullo sviluppo sostenibile in azioni e proposte concrete che possano migliorare la qualità della nostra vita e del nostro futuro: con l’unico desiderio che voi, cittadini, voi candidati consiglieri e voi candidati sindaci, comunque vadano queste elezioni, non ci lasciate soli in questo non facile compito.

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martedì, giugno 01, 2004

IL BLACK-OUT IN AGGUATO, GRTN METTE IN ALLARME L’ITALIA PER LO SCIOPERO FRANCESE

Roma, 31 maggio - Un primo assaggio di quanto potrebbe avvenire quest’estate sul fronte dei black-out si è già avuto nel corso della settimana scorsa. Il Gestore della Rete, ha infatti emesso un comunicato nel quale si dava notizia della possibilità di distacchi della fornitura di energia elettrica causati dalla eventuale interruzione della fornitura sulle linee di interconnessione con la Francia per lo sciopero in corso nel settore elettrico francese.

Il Gestore ha voluto far sapere di non aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale da parte del suo omologo francese RTE in merito a eventuali interruzioni e, nell’eventualità fosse giunta, la struttura sarebbe stata “in grado di provvedere alla copertura dell’energia mancante sfruttando la riserva al momento disponibile sul territorio nazionale”. In attesa di un test probante sull’efficienza complessiva, la macchina della comunicazione all’utenza appare già ben lubrificata.

Da e-gazette.it

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giovedì, maggio 27, 2004

PER LA SERIE: C'È GENTE CHE STA PEGGIO DI NOI

FOGLIO DI VIA - NUOVE POLEMICHE CONTRO LA CENTRALE DI PORTO TOLLE

Roma, 24 maggio - Il governo non dà risposte sul futuro delle Centrale di Porto Tolle, sia per quanto concerne la valutazione d’impatto ambientale e relativa ambientalizzazione ma anche per la trattativa sulle forniture di orimulsion che, stante questa empasse, non dà garanzia per il futuro dell’impianto stesso e dei suoi lavoratori.

È quanto ha sostenuto Franco Grotto dello Sdi, componente della Commissione Attività produttive della Camera, che si è detto insoddisfatto della risposta avute su una sua interrogazione nel corso del "question time" riguardante gli aggiornamenti del progetto di riconversione della centrale termoelettrica di Porto Tolle.

Nel frattempo l'Enel – ha "rincarato la dose" Grotto - oltre a non dare certezze sul futuro della centrale, mette a repentaglio la sicurezza dei lavoratori, non procedendo alla dovute manutenzioni dell'impianto stesso".

Il Governo dimostra così - ha quindi concluso il socialista dell’Ulivo - "una inadeguata capacità di seguire le problematiche esistenti, non risolvendo le questioni più urgenti ed in particolare sottoponendo il territorio del delta del po a rischi continui per quanto riguarda la salute e la sicurezza dei cittadini".

Da e-gazette.it

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mercoledì, aprile 07, 2004

SINTESI SUL RADUNO NAZIONALE DEI COMITATI ANTICENTRALI TENUTOSI ALLA FIERA "TERRA NUOVA" A FIRENZE ED ORGANIZZATO DALL'ASSOCIAZIONE CLAN-DESTINO

PRINCIPALI PROPOSTE:

Stesura di un documento unanime prevalentemente tecnico-scinetifico che sarà redatto tramite posta elettronica dai principali esperti che erano presenti al convegno;

Creazione di un sito internet comune a tutti i comitati e cittadini ove possano confluire idee e dati: con la possibilità di scambiarsi informazioni ed esperienze utili per dar spunto ad azioni dei vari comitati; (interessante è far girare in rete i risultati raggiunti e gli strumenti usati);

Prevenire la campagna contro il prossimo black out programmato verso giugno-luglio 2004: informare la cittadinanza e magari presentare una denuncia preventiva contro possibili danni provocati dai responsabili del black out (soprattutto in termini di decessi);

Il problema energia va risolto solo con la razionalizzazione dell'energia stessa, cche altrimenti viene sprecata, dal rafforzamento del parco centrali esistente e dall'introduzione di nuove tecnologie (bio edilizia, fonti rinnovabili, uso bicicletta, microgeneratori, ..); qualsiasi impianto deve supportare tutti gli impatti ambientali/sociali/sanitari ed i loro costi (il piano energetico deve rapportarsi con il piano integrato di difesa del territorio);

Coinvolgimento dei cittadini (soprattutto bambini) introducendo la cultura del risparmio energetico, ripensando lo stile di vita e responsabilizzando ugnuno che nel proprio piccolo può migliorare la qualità della vita (interessante la proposta dei conitati di Mantova che stanno producendo un opuscolo, che ci sarà inviato, da consegnare soprattutto nelle scuole per spiegare la situazione energetica e tutti i suoi riflessi...);

Proposta per una manifestazione nazionale ed uniforme in tutti i siti dei comitati (magari il 27 settembre, giornata in ricordo dei morti del black out ultimo scorso).

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martedì, febbraio 03, 2004

DA DOVE NASCE LA TROVATA DELLA CENTRALE DA 400 MEGAWATT?

Tutto nasce da un ottimo studio di tre professori universitari commissionato dalla Camera di Commercio di Vi, che di seguito per brevità chiameremo studio CAMCOM, le cui conclusioni rispetto al progetto di centrale proposta da Euganea confermano tutti gli impatti in aria che noi, Comitati Anticentrale, abbiamo evidenziato in questi due anni, ne evidenziano le lacune progettuali e bocciano in modo inequivocabile le compensazioni ambientali sulle acque. Nel proporre una soluzione alternativa, lo studio sostiene che una centrale pari o inferiore a 400 megawatt potrebbe non alterare lo stato ambientale della zona, farebbe pari con il suo impatto, a due precise ed onerosissime condizioni ben esplicitate nelle conclusioni dello studio:

1. Essere dotata di un raffinato sistema di abbattimento fumi, di tipo catalitico, come viene richiesto negli USA, che da noi nei progetti di centrale nessuno propone per i costi altissimi e, mi dicono, perché ogni anno i costosissimi filtri vanno sostituiti;

2. Che la centrale alimenti un sistema di teleriscaldamento al quale tutto sia allacciato (case, fabbriche, edifici pubblici etc) in un raggio almeno di 9 Kilometri, altra impresa titanica e dai costi facilmente immaginabili.

Quello che sta succedendo ora è semplice: Camera di Commercio ed Industriali caldeggiano questa soluzione, guardandosi bene dal mettere in evidenza le due conditio sine qua non, le due condizioni indispensabili che i tecnici hanno delineato.

Lo fa in particolare Franco Masello, responsabile Energia della CAMCOM, uno dei vicepresidenti Assindustria nonché amministratore della DEROMA di MALO, in compagnia dell’altro vicepresidente Assindustriali Malfermo, sostenendo pubblicamente la tesi che la centrale sta bene da noi nell’Ovest vicentino perché chi ha le industrie che consumano corrente e che producono molto, deve farsi carico della produzione di energia pagandone le conseguenze, stante l’attuale ed il futuro fabbisogno energetico della provincia.

LE RAGIONI DEL NOSTRO NO

all’ipotesi di una centrale da 400 megawatt

NOI non vogliamo un impianto da 400 per le seguenti ragioni:

1. Gli impatti in aria in proporzione sono più alti di una da 760 mgw, come gli stessi dati dello studio confermano: metà potenza non significa metà impatti, tutt’altro, come evidenziano i grafici dello studio CAMCOM; invece di consumare una quantità di metano di oltre un miliardo di metri cubi di metano all’anno, pari al consumo di tutta la provincia (dati del prof. Gasparella, un. di PD, uno dei 3 autori lo studio, ne consumerà la metà, ma i numeri danno l’idea di cosa bruci il mezzo colosso.

2. Rimangono gli impatti termici di un raffreddamento ad aria imponente, l’impatto visivo, l’acqua prelevata dalle falde, l’impatto acustico dei megaventilatori da raffreddamento, l’impatto elettromagnetico, tutte questioni non prese in considerazione dallo studio CAMCOM (si chieda all’Assessore Formenton per l’impatto termico, è la cosa che lo ha sempre preoccupato di più per questo progetto).

3. E’ notorio che le taglie da 400 di centrale sono poco redditive e l’operazione più diffusa in Italia si chiama RIPOTENZIAMENTO, dove si raddoppiano proprio queste; Portogruaro, progetto nuovo, insegna: nata da 400 è subito passata ad 800; una volta fatta, quando si porrà il problema di disporre di più corrente, è più facile raddoppiare un sito esistente piuttosto che cercarne uno nuovo con i casini , ci si passi il termine, che ciò comporta.

4. Anche se la centrale da 400, con le onerosissime compensazioni, irrealizzabili secondo i tecnici per i costi, fa pari tra ciò che emette e ciò che toglie, non ci siamo: il piano regionale di risanamento atmosferico ed il progetto Giada prevedono la RIDUZIONE delle emissioni in atmosfera, non il mantenimento dello status quo; se uno fosse nell’acqua fino al collo ed uno le dicesse: ti aggiungo un ettolitro da sopra e te ne tolgo uno da sotto, chi accetterebbe? E chi garantisce che le due cose saranno fatte in contemporanea? Se la autorizzano, ci immaginiamo come andrà: la costruzione dell’impianto a velocità supersonica, le compensazioni, un intoppo dietro l’altro. Credete che ci sia da fidarsi di una società che pur di costruire questa centrale è disposta a cambiare continuamente le carte in tavola?

5. Il ragionamento con cui Masello vuole legittimare il posizionamento dell’impianto a Montecchio è ridicolo: l’ovest vicentino, per quello sviluppo che ha raggiunto e per ciò che produce, si tiene in casa 12.000 tonnellate l’anno di solventi inodori e cancerogeni, 5 depuratori e relative puzze e fanghi, 9 discariche per rifiuti speciali e 5 normali, una statale per la quale passa una media di 80.000 veicoli al giorno, tanto per citare alcune conseguenze dello sviluppo. Perché dovrebbe papparsi una centrale termoelettrica da 400 MgW in grado di coprire l’81 % delle necessità energetiche della provincia (dati studioCAMCOM) ? Perché farla da noi, ove l’industria conciaria, secondo i dati GRTN disponibili, consuma la metà dell’energia elettrica che consuma il settore siderurgico e idem il tessile, meno del settore plastica, pari quasi alla chimica, un terzo quasi della meccanica? Dal 2001 al 2002, il settore pelli e cuoio ha diminuito i consumi del -5,5%, la plastica ha aumentato del +39,5 ed il settore laterizi, il settore di Masello, ha aumentato i consumi del +33,9%. Ecco spiegato perché sta tanto a cuore a Masello l’avere una centrale a portata di mano!! Siamo curiosi di vedere i dati 2003, ancora non disponibili, ma è troppo comodo per certi industriali proporre localizzazioni distanti da casa loro solo perché i conciari per definizione sono brutti, sporchi e cattivi: non saranno stinchi di santi, ma intanto si vada a vedere i dati del progetto Giada e i risultati che il distretto industriale ha raggiunto in termini di riduzione delle emissioni in aria ed anche in acqua. La pattumiera pian piano si sta riducendo, però per certi personaggi resta sempre pattumiera per definizione e lì sta bene portare una centrale. Le grandi acciaierie sono a Vicenza, c’è una città intera da teleriscaldare, perché non farla lì?? Perché Masello, se vuole la corrente a buon mercato, non se la fa a Malo questa benedetta centrale?

6. Gli esperti di energia non ragionano più nemmeno su scala nazionale; su tutti i prodotti e le merci gli stessi industriali ci hanno fatto una testa così di globalizzazione, di scambi internazionali senza frontiere, di assoluta libertà di concorrenza su scala planetaria e invece per la corrente, una merce che notoriamente se un problema non ha è quello di viaggiare per kilometri e kilometri, per la corrente dicevo, continuano a battere il chiodo di Vicenza, anzi, di Montecchio, delle necessità locali la cui unica soluzione per loro è di prodursela in casa. Ormai anche i cani della provincia, tanto se ne è parlato e scritto e discusso, sanno che il vero problema di Vicenza è oggi nella distribuzione dell’energia, non nell’approvvigionamento: gli unici a far finta di non saperlo sono i personaggi come Masello e certi industriali di Vicenza. E che dire delle 26 autorizzazioni del Ministero, di cui 20 centrali nuove, per oltre 12.000 megawatt in più?? Da una parte ci sono i black out e dall’altra solo di 8 nuove centrali autorizzate sono partiti i lavori: solo due sono ferme per colpa dei comitati locali e degli ambientalisti; come mai le grandi società che hanno il via libera non hanno cominciato a costruirle?? Un rapporto di Legambiente 11/2003 parla di centrali fantasma, già 5 autorizzazioni sono passate di mano, rivendute in un ignobile mercato di carte; un’autorizzazione per un impianto da 400 Mgw, vale dai 15 ai 20 milioni di Euro, esclusi gli ordini dei componenti. Conoscendo Euganea Energia, che ha sul groppone due anni di spese progettuali e il costo del terreno già acquistato per un valore molto più alto di quello che vale (acquistato in verità da Euganea Immobiliare, la società che vuole ristrutturare lo stadio Menti di VI, i cui soci sono gli stessi di Euganea Energia, cioè Bitetto, Cegalin, che dopo se lo rivenderanno), posso scommetterci quel che si vuole che il giorno dopo l’OK del Ministero, mette all’asta l’autorizzazione.

Siamo qui in attesa di vedere chi presso la Regione Veneto e presso i Ministeri si azzarderà ad aprire questa nuova porta all’Euganea: chi lo farà, se di politico si tratta, pagherà caro in termini elettorali. Dopo le uscite di Masello e Malfermo, la tensione è salita e la gente ha l’impressione che qualcuno voglia fare il favore all’Euganea, è molto irritata ed aspetta solo passi falsi di qualcuno per sfogare la rabbia e la frustrazione di questi due anni di continua angoscia. E davvero occorre prepararsi perché, se due manifestazioni pacifiche non sono bastate, forse è venuto il momento di cominciare a lasciar perdere le buone maniere e passare alle vie di fatto.

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venerdì, ottobre 17, 2003

[Comunicato n. 12] MESSAGGIO DEI COMITATI PRESENTATO PRESSO IL CONSIGLIO REGIONALE VENETO IL 16 OTTOBRE 2003: Egr. Sig. Presidente del Consiglio Egr. Sig. Capigruppo Consiglio Regionale Buongiorno a tutti, sono Pierangelo Carretta del Coordinamento Comitati "No alla centrale termoelettrica" delle Valli del Chiampo e dell'Agno zona nota anche come Ovest Vicentino. Innanzitutto Vi ringraziamo per essere qui presenti e per lo spazio che ci viene concesso. Venerdì 3 ottobre la società Euganea Energia ha presentato il suo nuovo progetto: nuovo perché completamente diverso da quello originario. Da una pura e semplice centrale turbogas da 760 megawatt si è passati da una megaimpianto che mantiene la stessa potenza, ma inserisce il trattamento di acque della concia (la metà di quelle prodotte, secondo le ultime indicazioni) e che di risulta produrrà corrente per 250 megawatt. (Notate bene 250 MW dichiarati nell'avviso di bando pubblico uscito sulla stampa il 14/07/2003 e mentre alla stampa gli stessi proponenti dichiarano una producione di 380 MW).

A questo nuovo progetto i comitati ed i cittadini dell'Ovest Vicentini, scesi in piazza in 20.000 il 25 settembre hanno motivato il loro No per legittima difesa, non sulla base di spinte irrazionali ed emotive ma sul merito di precise considerazioni tecniche e scientifiche. Analizzando puntualmente i progetti i Comitati e altri soggetti istituzionali e forze sociali del territorio, hanno fatto pervenire le proprie osservazioni scritte ai Ministeri competenti e alla Regione ottemperando alle prescrizioni di legge.

Io non voglio esporre in questa sede le ragioni analitiche del nostro No all'impianto, che sono espresse nei documenti che vi abbiamo consegnato; mi permetto solo di riassumere in sintesi qualche punto essenziale:

il primo e più forte elemento di opposizione da parte dei comitatti e delle popolazioni locali, recepito peraltro dalle istituzioni locali (16 Comuni aderenti al Progetto Giada, la Provincia di Vicenza, il Consiglio Regionale Veneto con la mozione N. 71 protocollo n. 7376 deliberata nel 72° Consiglio Regionale di martedì 30 luglio 2002), è rappresentato proprio dalla mancata presa in considerazione del contesto nel quale la centrale termoelettrica andrebbe ad inserirsi. Quali che siano gli impianti, essi andranno a sommarsi ad una situazione ormai vicina ai limiti di una crisi ambientale.

Gli impatti dell'impianto in sé sono assolutamente incompatibili soprattutto con i piani ed i progetti di risanamento in atto, specie per quanto riguarda le emissioni in atmosfera e l'impatto tecnico (Progetto GIADA, finanziato dalla Comunità Europea e certificato dall'ENEA, con il quale si sta elaborando una politica di progressiva riduzione degli impianti ambientali della zona. La stessa Regione Veneto ha individuato l'area del polo conciario come "area soggetta a particolari interventi di tutela" nel Piano di Tutela e Risanamento dell'Atmosfera adottato dalla Giunta Regionale in data 15/02/2000).

Le compensazioni ambientali proposte sono incoerenti rispetto agli impatti, tecnicamente inattuabili (come comprova il fatto che continua ad essere rivisto verso il basso il dato della quantità di acque della concia da trattare), palesemente insufficienti per quanto attiene la comparazione tra quanto si potrà togliere e quanto verrà emesso come scarichi in aria, incomplete perché non si fa cenno dei prodotti di risulta (fanghi) di un eventuale processo di desalinizzazione delle acque e di come verranno smaltiti. Al momento inoltre gli stessi organismi locali considerano il progetto proposto non idoneo (osservazioni Consorzio Acque Chiampo). Gli organismi tecnici regionali hanno a disposizione sufficienti elementi per esprimere il loro parere e in particolare il V.I.A. regionale che va convocato al più presto per ottemperare agli obblighi di legge in modo che subito dopo la Regione Veneto possa assumere la sua decisione contraria, già annunciata pubblicamente, rispetto al progetto di centrale che incombe su Montecchio. Come Coordinamento dei comitati anticentrale dell’Ovest Vicentino, le 70 parrocchie rappresentate dal vicario, il sindacato e le associazioni qui rappresentate, chiediamo un impegno di tutti i Gruppi presenti in Consiglio regionale ad esprimere nel loro intervento, nella medesima sede, la loro contrarietà al progetto previsto a Montecchio Maggiore. Chiediamo inoltre di impegnare la Giunta regionale affinché convochi al più presto la commissione V.I.A. per esprimere un parere negativo sulla base delle osservazioni tecniche e scientifiche presentate dagli enti locali e da altri soggetti (Consorzio Acque Chiampo, 16 Comuni aderenti al progetto Giada, CGIL, Coldiretti, Coordinamento dei Comitati) e che la Giunta dia finalmente seguito alla mozione votata il 30 luglio del 2002 dal Consiglio regionale e alle dichiarazioni di contrarietà rese alla stampa nello stesso giorno dal Presidente della regione veneto, Giancarlo Galan.

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